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Natural born nazi

Condivido qui l’articolo di Gianfranco Bettin, pubblicato su Il Manifesto del 6 maggio 08 e rilanciato da ForumInsegnanti nella sezione dedicata agli articoli.

Hanno allevato la bestia per anni, l’hanno nutrita di odio, aizzata con parole e metafore, facendo i finti tonti sul nesso tra parole e fatti, tra metafore e gesti. L’hanno allevata così, chiudendo occhi e orecchi quando mordeva gli «altri». Ora che, a morte, ha colpito «uno di noi», ora che la bestia è uscita dal recinto in cui si poteva tollerarla e magari utilizzarla - con le sue prepotenze, le sue aggressioni squadristiche, la sua presunzione d’impunità - ora che sul «suolo natio» ha sparso il «sangue nostro», nessuno la conosce più come figlia propria.
Il retaggio di questa intima conoscenza, tuttavia, si rivela, nitido, in molti commenti della destra veronese e veneta, nel tentativo di ridurre l’aggressione omicida a ragazzata finita male o a mera bravata di deficienti o a effetto di un vuoto di valori. Cazzate, o, appunto, istintiva, se non cosciente, volontà di sradicare l’accaduto dal suo autentico terreno di maturazione. Questi giovani sono tutt’altro che vuoti di valori. Ne sono invece pieni: danno valore alla forza, alla violenza celebrata e praticata, all’onore che deriva dalla sua cameratesca condivisione, ai miti pagani e/o cristiani o al ciarpame che gli spacciano per tali, all’ordine gerarchico e allo spazio vitale di cui si sentono guardiani. È una predicazione attiva quella di cui sono stati bersaglio, a Verona come sulla scena nazionale, dove questi stessi «valori» vengono correntemente spacciati e dove il linguaggio delle armi «nostrane» e dello stigma da imprimere agli «altri» è corrente, anche da scranni istituzionali. Una predicazione che li ha raggiunti fin dai primissimi anni, fino a fargli sentire come naturale e legittimo questo modo di essere, certo rielaborato a modo proprio e portato all’estremo, ma niente affatto alieno dal contesto. Alieni sono gli altri, quelli da cacciare.
«Natural born nazi», checché ne dica Fini, che non vede in loro contenuti ideologici e antisemiti e per questo sembra reputare più gravi dei fatti di Verona quelli di Torino in cui sono state bruciate le bandiere israeliana e americana. E nemmeno «deficienti», ma perfettamente integrati nella società locale: un bravo pargolo di buona famiglia, un metalmeccanico, un promotore finanziario, ad esempio, come quelli che hanno aggredito e ucciso Nicola. C’è da scommettere che, a parte che erano nazistoidi, e che andavano in curva con gli ultras veronesi, a parte che avevano accumulato una ricca esperienza di violenze e prepotenze, a parte questo, c’è da scommettere che per tutti erano dei «bravi ragazzi» e che nessuno «l’avrebbe mai detto».
C’è da stare sicuri che un sacco di gente sapeva benissimo che cosa combinavano in curva a danno di immigrati e di avversari politici, e che cosa poteva costare incrociarli nelle zone che consideravano territori propri. Lo sapevano, ma non gli creava problemi. Non era ancora morto nessuno, e per di più si trattava di vittime «aliene». Non contavano. Dicono, da destra, che l’aggressione omicida non aveva contenuto politico: in un certo senso è vero, ma ciò la rende ancora più inquietante. Perché gratuita espressione di un puro odio cresciuto così tanto da farsi indiscriminato: vomita addosso a chiunque il veleno diffuso per anni nell’aria, e conferma l‘antica terribile legge per cui chi offende e perseguita i diversi, i deboli, gli «altri», prima o poi offenderà e perseguiterà tutti.

Aggiornamento:

Bello questo post di Daniela Tuscano.

Bello tutto il blog, a dire il vero, ho passato un’oretta in ottima compagnia.

L’artista tedesco Gregor Schneider ha in animo di esporre gli ultimi momenti di un malato terminale e sta cercando un volontario che accetti di morire sotto gli occhi del pubblico.


Non è la prima volta che un artista resta affascinato dalla morte, che in fondo altro non è se non un momento particolare, l’ultimo della vita. Moltissimi pittori, musicisti, scultori per secoli hanno cercato di raccontarlo, dunque non mi sorprende l’interesse dell’artista tedesco
[...]
Se riuscirà a trasmettere il rispetto per il morente, allora non sarà solo un’operazione commerciale, o banalmente scioccante, o tragicamente autopromozionale per l’artista stesso. E’ essenziale che si rispetti appieno la volontà della persona che accetta di mostrarsi nei suoi ultimi momenti, della sua dignità e anche dei suoi bisogni biologici.
(Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale Ordini medici chirurghi e odontoiatri)

Alla fine della sua vita un essere umano non dovrebbe essere abbassato a mero oggetto da osservare. La morte è la fase finale della vita umana e non andrebbe messa in mostra pubblicamente come strumento con finalità artistiche o di altro genere. (Wolfgang Börnsen, portavoce per la Cultura del gruppo parlamentare del partito di Angela Merkel, e Günter Krings, deputato della Cdu)

Impossibile dare un giudizio dal punto di vista etico lo trovo riprovevole, ma l’etica non c’entra niente con l’arte, e questo vale da Caravaggio a Schneider. (Vittorio Sgarbi)

Questi i pareri eccellenti.
I commenti degli utenti, del pubblico, esprimono tutti indignazione.
Io lascio le considerazioni artistiche a chi di dovere, ma non mi sento di condividere l’indignazione, e neppure di lanciare anatemi moralistici.
Però rifletterei sul fatto che per millenni, fino alla generazione prima della mia, le persone nascevano e morivano in casa, con parenti e vicini intorno, accudite.
E la morte era così davvero percepita come appartenente alla vita.
Ora la morte è stata spogliata di ogni partecipazione, si muore in ospedale, circondati da camici e strumenti, qualche volta un famigliare.
Non vediamo più la “morte buona”, ma solo quella che entra nelle nostre case senza appartenerci, che ci viene illustrata con film, telefilm, telegiornali e Dylan Dog, e che ci viene raccontata perché provocata, perché violenta, perché in qualche modo innaturale.
Della morte, svuotata della vita, rimane l’immagine orrifica, nulla più.
Ma se il nostro immaginario viene rimpinzato con violente morti da TG e con salme eccellenti (Wojtyla), quando non putrefatte (Padre Pio), quanto può farci male la morte, serena, naturale, inserita in un’opera d’arte?

dal blog Solleviamoci’s Weblog:

Il colpo è stato duro. E la ferita brucia. A tre giorni dal risultato elettorale che ha decretato la cacciata dei comunisti dal Parlamento, c’è chi prova a rialzarsi. Al grido di «Comunisti di tutta Italia unitevi», cento personalità del mondo della cultura, dell’arte e del lavoro chiamano a raccolta gli orfani della Sinistra Arcobaleno.

Per farlo hanno aperto un sito, www.comunistiuniti.it, pubblicato un’inserzione pubblicitaria su alcuni quotidiani italiani e soprattutto hanno fatto un appello «ai militanti e ai dirigenti del Pdci e del Prc e a tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia». In sintesi dicono: «Il risultato della Sinistra Arcobaleno è disastroso e ha radici assai più profonde del mero richiamo al “voto utile”». Dunque, «ricominciamo da noi».

Copioincollo una parte dell’appello:

[...]

Ci rivolgiamo:
-alle lavoratrici, ai lavoratori e agli intellettuali delle vecchie e nuove professioni, ai precari, al sindacalismo di classe e di base, ai ceti sociali che oggi “non ce la fanno più” e per i quali la “crisi della quarta settimana” non è solo un titolo di giornale: che insieme rappresentano la base strutturale e di classe imprescindibile di ogni lotta contro il capitalismo;
-ai movimenti giovanili, femministi, ambientalisti, per i diritti civili e di lotta contro ogni discriminazione sessuale, nella consapevolezza che nel nostro tempo la lotta per il socialismo e il comunismo può ritrovare la sua carica originaria di liberazione integrale solo se è capace di assumere dentro il proprio orizzonte anche le problematiche poste dal movimento femminista;
-ai movimenti contro la guerra, internazionalisti, che lottano contro la presenza di armi nucleari e basi militari straniere nel nostro Paese, che sono a fianco dei paesi e dei popoli (come quello palestinese) che cercano di scuotersi di dosso la tutela militare, politica ed economica dell’imperialismo;
-al mondo dei migranti, che rappresentano l’irruzione nelle società più ricche delle terribili ingiustizie che l’imperialismo continua a produrre su scala planetaria, perchè solo dall’incontro multietnico e multiculturale può nascere - nella lotta comune - una cultura ed una solidarietà cosmopolita, non integralista, anti-razzista, aperta alla “diversità”, che faccia progredire l’umanità intera verso traguardi di superiore convivenza e di pace.
[...]

Tra le prime adesioni:
Ciro ARGENTINO operaio Thyssen Krupp
Margherita HACK astronoma
Gianni VATTIMO filosofo
Michele GIORGIO giornalista de il Manifesto
Tiziano TUSSI comitato nazionale ANPI
Sergio RICALDONE partigiano, consiglio mondiale per la pace
VAURO vignettista
Wilfredo CAIMMI partigiano, medaglia d’argento al valor militare
Mario GEYMONAT docente filosofia Università Venezia

Il senatore di Forza Italia Dell’Utri:

Se vinceremo le elezioni, i libri di storia saranno revisionati… sono condizionati dalla retorica della Resistenza, li riscriveremo.

e ancora:

La Sinistra ha ancora in mano le università e le case editrici. È anche un luogo comune che la cultura sia a sinistra, ma non tanto poi comune se si considera come stanno le cose. Sono dappertutto e impediscono che ci possano essere delle novità che non arrivino dalla loro parte

sulla questione del “luogo comune” consiglio la lettura di questo post.

E ancora:

gli storici di sinistra hanno ignorato l’olocausto dei gay avvenuto durante la seconda guerra mondiale

e se la revisione è tutta qui mi può anche stare bene… ma mi sa tanto di pretesto.

Tutto l’articolo qui.

[...]
Il riscatto del lavoro
I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.
[...]

Turati, 1886.
(immagine: Renato Guttuso, Portella della Ginestra, 1953)

Post preso in prestito da Faraona

Mi era sfuggito questo articolo pubblicato su la Repubblica.
Una bella raccolta di stupidaggini (dal punto di vista tecnologico) della quale non comprendo l’utilità. Il giornalista intende infatti suggerire il modo per sfuggire agli occhi indiscreti degli strumenti di controllo che violano la nostra privacy.
Vi copioincollo tre di queste dieci regole, le altre potete leggerle là. Ma poi tornate a spiegarmi perché dovrei sbattermi così tanto se non ho rapito nessuno, se non trasporto bombe o cadaveri, se non sono una spia al soldo dei romulani.

1) L’uso del cellulare
Fatelo acquistare ad un amico. In questo modo non sarà il vostro nome quello che compare sul contratto. Una volta in vostro possesso, se siete all’aperto tenetelo spento quanto più possibile. Usatelo invece solo dentro negozi, supermercati, o altri luoghi affollati, in modo che nessuno possa individuarvi con precisione. Se dovete chiamare per strada comprate una scheda e cercate un telefono pubblico.


5) Evitare le telecamere di sicurezza
Evitare tutte le aree videosorvegliate (banche, palazzi governativi, arterie stradali importanti). In teoria sono facili da individuare: l’Authority per la privacy obbliga chi mette le telecamere a esporre un cartello di avviso. Altra soluzione: fare come Will Smith in Nemico pubblico, cioè indossare un cappello e non rivolgere mai lo sguardo verso l’alto, in modo da non essere riconosciuti.


7) Varchi di accesso e autostrade
Per viaggiare “in incognito” meglio usare i mezzi pubblici o la bici, che non avendo targa non può essere identificata. Soprattutto in città dove varchi elettronici e telecamere sono frequenti. C’è anche chi prova ad “abbagliare” le telecamere con un cd esposto sul lunotto posteriore dell’auto, ma i risultati non sono garantiti. In autostrada, mai usare telepass, bancomat o carta di credito.

Avrei voluto intervenire subito dopo gli eventi, ma in casi come questi, scattano meccanismi terribili di imperdonabile cautela o d’inconscia autocensura.

Faccio mio l’incipit dell’articolo di Carlo Loiodice su Carmilla.
Farei mio anche il resto, se non scattasse pure il meccanismo del pudore :D
Ne copioincollo ancora un pezzettino, ma andatevi a leggere il resto là.

I “marrani” convinti che in Italia la democrazia abbia irrimediabilmente vinto commettono un miope e unilaterale errore di prospettiva. L’attacco alle istituzioni democratiche oramai non arriverà più nelle forme classiche che chiamiamo fascismo, ma in forme nuove e sicuramente più striscianti e meno leggibili nella loro immediatezza. E del resto anche nel 1922 molti democratici liberali - Gobetti escluso - non ebbero chiara la visione del pericolo reale e commisero l’errore dell’accondiscendenza o della neutralità.

Craccare un programma open source? °_°
Visto che il 51% degli utenti italiani utilizza copie illegali dell’Office Microsoft, PLIO (Progetto Linguistico Italiano OpenOffice) rilascia OOoCrackz, un’estensione che consente di utilizzare OpenOffice in modalità craccata, rendendo illegale l’accesso al codice e la modifica/distribuzione del programma.
Dal blog dell’associazione:

Per rendere completa l’esperienza degli utenti che vogliono usare OpenOffice.org in modo illegale, come se si trattasse di un programma proprietario, OOoCrackz impedisce la registrazione e quindi blocca tutti gli aggiornamenti, in modo tale da portare il software - in breve tempo - a essere soggetto a problemi di sicurezza e a diventare obsoleto rispetto all’evoluzione delle tecnologie, proprio come nel caso delle copie illegali dei software utilizzate dal 51% degli italiani. L’estensione crea una voce nel menù “Aiuto”, con tutte le informazioni necessarie per l’utente.

Leggi tutto.

Ecco la rassegna stampa sindacale sui tagli agli organici nelle scuole del sud italia.
Il calcolo degli insegnanti fatto sulla base degli iscritti e non degli aventi diritto allo studio ignora la dispersione scolastica, non considerando gli abbandoni – che nel Sud sono i numeri più alti del paese – in quanto i dispersi non sono “clienti” dell’azienda scuola. La miopia di questi calcoli non tiene conto, ovviamente, dei costi sociali a breve e a lungo termine che questo comporta.
Ma anche qui in Toscana, dove il numero degli studenti è in crescita lenta e costante, l’organico con viene adeguato e i tagli sono continui.
Non c’è limite al peggio? No, e volendo fare pessime previsioni c’è, purtroppo, ancora spazio.

Leggo che una ragazzina di quindici anni si rivolge al giudice tutelare, tramite un avvocato, per non essere costretta dai genitori ad abortire, dimostrandosi così non del tutto sprovveduta.
Ma leggo anche che la fanciulla non è nuova all’esperienza: aveva già avuto un bambino nel 2006, dato in adozione.
Può capitare, nonostante tutto, che una ragazzina di 12/13 anni si ritrovi in stato di gravidanza, ma è “normale” che la cosa si ripeta solo due anni dopo? a soli 15 anni? Non sappiamo – e il giudice tutelare avrà la responsabilità di stabirlo – se la giovane madre sarà in grado di allevare ed educare questo secondo figlio, ma di certo i suoi genitori hanno dimostrato di non essere stati in grado di farlo con lei.
L’articolo scrive, tra l’altro, che è “figlia di una coppia ben inserita in città”, chissà cosa intende dire…

Dedicato alle donne

Information Safety and Freedom dedica a tutte le giornaliste e scrittrici a cui i vari governi del mondo impediscono la libertà di espressione il video “Women in Art“.
Dalla loro home page:

“è uno splendido inno consacrato alla storia dell’arte attraverso l’immagine della donna”

Su l’Avvenire, il 23 febbraio 2008, Lodovici scrive:

[...] Ma l’esistenza di scuole non statali garantisce un principio morale
fondamentale e irrinunciabile, che non è certo di parte: la libertà
dei genitori di scegliere per i figli una scuola conforme alle proprie
convinzioni.
[...]
Ciò esige che lo Stato renda possibile una reale ed effettiva
libertà di scelta, realizzando una vera parità scolastica e
consentendo ai genitori di iscrivere i figli negli istituti più
confacenti alle loro convinzioni. Lo Stato deve cioè garantire la
possibilità che i genitori di sinistra possano mandare i figli in
scuole di sinistra, quelli liberali in scuole liberali, quelli
cattolici in scuole di ispirazione cattolica, ecc. Insomma, la posta
in gioco non è la tutela degli interessi dei cattolici, bensì la
salvaguardia della libertà delle famiglie di educare i figli secondo i
propri valori e principi, quali che siano, purché non siano principi criminali.

Buona la risposta di Stella, su il Corriere:

[...]Un papà e una mamma sono di sinistra? Hanno diritto a una scuola di sinistra. Sono di destra? Scuola di destra. Certo, c’è un problemino: «quale» sinistra? Quella bertinottiana o pecoraroscania, veltroniana o pannelliana, dilibertiana o turigliattiana? Mica facile, trovare la scuola giusta. E «quale» destra? Berlusconiana o finiana, buttiglionesca o mussoliniana, rotondiana o santanchesca? Quanta dose di simpatie trotzkiste può essere tollerabile per un bravo genitore post-diessino? Quanti fez e gagliardetti e busti del Capoccione possono essere accettati sopra l’armadio in classe da un bravo genitore liberale?
[...]
La scuola personalizzata. Su misura. Taglia 42 o taglia 58 drop sei a seconda di ciò che scelgono i papà e le mamme. E arriverebbe a compimento il percorso di un Paese dov’è ormai impossibile trovare un accordo anche sulla condivisione del punto e virgola. E dove finalmente, rinunciato una volta per tutte all’idea di una storia comune, ognuno potrebbe raccontarsi la «sua».
[...]
«E noi?», diranno i genitori leghisti. Ma certo, avanti le scuole padane. Con libri come «La storia della Lombardia a fumetti » distribuita dalla Regione. Dove c’era sì qualche sventurato strafalcione («Verso il 3000 dopo Cristo la civiltà camuna era piuttosto evoluta… ») ma in compenso i rampolli celtici potevano leggere una nuova ricostruzione del Risorgimento: «alcune manovre e piccoli intrighi, certi eroismi e strani trattati avevano portato la penisola italiana a essere un unico regno…» O manuali come «Noi veneti » che, voluto e finanziato dalla Regione guidata da Galan, non aveva una riga su pittori come Giorgione o Tintoretto, Tiziano o Canaletto né su musicisti come Vivaldi o Albinoni o scrittori come Pietro Bembo o Ruzante, ma regalava una poesia di Catullo tradotta dal latino in dialetto: «Cossa de mejo gh’è del riposarse / infin, dal peso e dal strassinamento… ».

Andate a leggere tutto l’articolo qui.

Se non insegni in facoltà sei, come diceva mia nonna, figlia della serva (o figlio, ovviamente).
Un’amica, chiedendomi (scherzava?) di chi fossi figlia, mi ha segnalato il libro di Floris “Mal di merito” che mi era sfuggito. La Stampa pubblicava, qualche mese fa, alcuni passi: ve ne propino qualcuno, il resto andatevelo a leggere nell’articolo.
O nel libro.

Nel 2001 il governo offrì ai cervelli italiani fuggiti all’estero una sorta di contratto quadriennale presso le Università italiane [...] e fino a che si è trattato di ospitare dei ricercatori «stranieri» tutto ha funzionato a dovere. Quando però è stato il momento di far diventare professori gli oriundi, il meccanismo si è inceppato, perché è andato in collisione con gli interessi dei Baroni che le cattedre intendono gestirle direttamente.
[...]
Una passeggiata per i corridoi di uno dei Policlinici romani può aiutare a capire con quali criteri si selezionano, in Italia, le élite che dovrebbe trainare il resto del paese. L’intera struttura è nelle mani di poche famiglie, e avvalendosi di un’apposita legenda si scopre un esempio di come l’università sia ormai diventata un feudo di poche casate.
[...]
Iniziamo da Odontoiatria: due i professori associati, uno è il figlio del direttore generale dello stesso policlinico, l’altro è il figlio del docente di Clinica odontoiatrica, potente direttore del Dipartimento in Scienze odontostomatologiche in un’altra Università. Nello stesso corso di laurea troviamo come professore associato di chirurgia il primario di un altro policlinico, nipote di un autorevole ordinario di chirurgia. Ordinaria di medicina è la figlia di un potente palazzinaro romano, anche moglie dell’ordinario di Radiologia, mentre la brillante prof che ha bruciato i colleghi ricercatori riuscendo a diventare ordinario di odontoiatria in tre anni è la figlia del presidente dei chirurghi italiani oltre che moglie del professore ordinario di cardiochirurgia.
In un altro dipartimento vive un’intera famiglia. Il professore ordinario a otorinolarigoiatria può contare sull’aiuto del figlio maggiore, associato a otorinolaringoiatria, e di quello minore, ricercatore. Così il professore associato di medicina interna è il figlio del professore ordinario di Biochimica, mentre il professore associato di urologia, è il figlio dell’ordinario di Biochimica, rettore di università…
Se cambiamo città, infatti, non cambia il quadro generale. Se andiamo a Bologna troviamo nel corpo docente dell’Università figlio, nuora e suocera del rettore. A Firenze il rettore è ordinario di Economia agraria ed estimo rurale: suo figlio ha vinto nel 2002 il posto da ricercatore di Economia agraria ed Estimo rurale (gli altri tre aspiranti al posto di ricercatore persero la gara ritirandosi prima delle prove).
[...]
Ma la capitale del nepotismo è Bari, senza alcun dubbio: il padre professore ha messo a contratto la figlia, senza concorso, nella facoltà di cui è preside; il vecchio professore di medicina ha presieduto la commissione d’esame che ha promosso il cognato di suo figlio; ben otto professori universitari che insegnano ad Economia hanno lo stesso cognome, e non è un caso di omonimia. A Medicina il padre, eletto preside, ha lasciato al figlio la direzione della scuola di specializzazione: certo, aveva vinto la selezione, ma (guarda un po’) era l’unico candidato!
[...]
Le indagini dei finanzieri hanno portato ad accertare un’infinità di atti illeciti. Basti pensare al modo in cui uno dei baroni «preparava» il concorso del figlio: dalle intercettazioni si ricostruisce dapprima il suo impegno per cercare una commissione favorevole, poi il momento in cui comunica al figlio il tema dell’esame, infine il tentativo di procurargli il testo dell’esame già svolto. Secondo gli atti dell’inchiesta ad un candidato che non accettava di ritirarsi venne trasmesso questo Sms: «Il professore ha fatto avere il tuo indirizzo a due mafiosi per farti dare una sonora bastonata». Lezioni di vita.

Continua scrivendo:

Attenzione a non fare, però, di ogni erba un fascio. In Italia ci sono 60.251 docenti, e non sono tutti parenti di Qualcuno con la q maiuscola.

Allora, visto che il giornalista non specifica, lo faccio io: ci si riferisce ai docenti universitari.

In Italia, infatti, i docenti sono più di 170.000 nelle medie e più di 260.000 nelle superiori.
A questi aggiungiamo quelli della primaria (nn ho i dati sotto mano…) e ci rendiamo conto che con questi numeri, se ci fossero gli stessi meccanismi perversi, si andrebbe armati ai consigli di classe.

Pensando a un amico buono

Se fossi la sua mamma sarei contenta (ma sarebbe psycoStyle): ha quarant’anni e non si è ancora sposato (però vive per conto suo).
A dire il vero è l’uomo dei “però”, oppure delle vie di mezzo.
Non è bello, ma nemmeno brutto.
Non è biondo, ma neppure nero.
Non è ricco, ma neppure povero.
Non è brillante, ma neanche un soprammobile.
Però è buono, e ha anche tante altre qualità: è un uomo attivo e dall’animo indipendente, conosce più lingue e gli piace viaggiare, lavora per conto suo – il che, a volte, è un vantaggio.
E poi è “serio” (definizione demodé) e cerca una ragazza “seria” (al femminile suona molto peggio che demodé).
Pare che le donne non le guardi, come non avesse nessun interesse per il lato esteriore: l’impressione è che aspetti di poterle ascoltare.
Pare.
E le donne? lo guardano, forse, e vedono un uomo abbigliato con un gusto un po’ retrò, ma non dandy – che sarebbe più interessante.
Lo ascoltano, forse, ma è uno un po’ impacciato e pensano, forse, che è un impiastro.
A me, francamente, uno così non farebbe sangue. Però siamo mica tutte uguali e visto che, al pari di lui, non mi piacciono altri tizi notoriamente piacenti… penso che a qualcuna dovrebbe pur interessare!
Un uomo senza grilli per la testa, direbbe mia nonna (e anche mia mamma…).
Mah!
Finirà per sposarsi un’immigrata. Seria. Loro sì possono concedersi il lusso di essere serie senza essere demodé.

Delicata la questione, anche perché pare non esserci territorio di dialogo comune fra chi boicotta, chi appoggia e chi rimane “equidistante”.
Ma, a ben vedere, si muovono su terreni diversi anche gli appartenenti alla stessa fazione. Ramadan, per esempio, afferma che è il silenzio internazionale a facilitare (lui dice proprio “produrre”) la violenza nei territori palestinesi, e se l’idea del boicottaggio della celebrazione dei sessant’anni dello stato di Israele è comune con quella di Vattimo, la sua finalità è quella di smuovere opinioni e risvegliare coscienze, mentre Vattimo non pare avere questi obiettivi, ma discute l’intento propagandistico della Fiera cogliendo l’occasione per condannare (e su questo mi trova d’accordo) lo sfruttamento della Shoah.
Chi, invece, appoggia Israele si appella al suo diritto di esistenza, un diritto sancito dalla comunità internazionale nel 1948 (risoluzione 181 delle Nazioni Unite) e quindi sostiene che il boicottaggio sia un atto antisemita.
Per quanto io tendenzialmente diffidi di coloro che prendono posizioni equidistanti, in questo caso non posso essere d’accordo con Madgi Allam (vedere il suo articolo “Sbagliano anche gli equidistanti“) se questi spostano la discussione su un altro terreno ancora.
Non so se abbia ragione la Bresso a sostenere che questa polemica è pretestuosa e anche un po’ ridicola, ma se la manifestazione ha davvero – come ribadiscono gli organizzatori – un carattere rigorosamente culturale, è da considerare quello che scrive la Reschia su la Stampa:

[...] è corretto pensare, qualcuno l’ha proposto, di boicottare le Olimpiadi perché la Cina fa strame dei diritti umani? O boicottare i film statunitensi, tutti in blocco, in nome dell’opposizione alle politiche di Bush? O anche, perché no, boicottare il turismo in svariate parti del globo verso Paesi non proprio specchiati in tema di democrazia? E perché non gli scrittori iraniani, per dispetto al regime iraniano e alla sua voglia di forca? O la Turchia, in blocco, perché nega il genocidio armeno e tratta male i curdi?

E ancora

[...] Ma è almeno buffo che chi vuole boicottare oggi Israele sostenesse in passato che era ingiusto l’embargo contro l’Iraq perché colpiva indiscriminatamente tutta una popolazione. O no?

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