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Archive for agosto 2007

Copioincollo:

Internet in Italia ancora poco usato per lo studio

Studio dell’Eurobarometro – lo strumento di cui si è dotata la Commissione Europea per realizzare sondaggi mirati a conoscere e comprendere gli atteggiamenti dei cittadini europei – che ha focalizzato le abitudini di due gruppi di alunni tra 9 e 10 anni e tra i 12 e 14 anni appartenenti ai 27 paesi membri. Implacabile il giudizio sul nostro paese: internet verrebbe utilizzato dalla maggior parte dei giovani italiani quasi solo per comunicare, per il gioco ed in generale per contenuti di carattere ludico.
[…]
Secondo la Commissione Europea la scarsa propensione all’uso didattico del mezzo tra le mura domestiche deriverebbe però non solo da una modesta propensione culturale per le nuove tecnologie, probabilmente indotta da una classe insegnante mediamente più ‘vecchia’ rispetto agli altri paesi dell’Ue, ma anche da una mancata cultura per l’utilizzo dei computer a scuola. “Mentre gli alunni che frequentano la scuola media hanno la possibilità di usare il Pc e hanno lezioni sui fondamenti per l’uso del Pc – scrivono i ricercatori dell’Eurobarometro – quelli che frequentano le scuole secondarie non hanno gli stessi mezzi. In alcune scuole i Pc non sono disponibili o i programmi di insegnamento non prevedono regolari lezioni sul loro utilizzo”. Emblematiche alcune interviste riportate nel rapporto: “il nostro insegnante di informatica – avrebbe ammesso un alunno – è strano. Quando ha qualcosa da fare ci lascia navigare su Internet e abbandona la classe”.
[…]
un sondaggio realizzato nel 2006 da un consorzio di istituti europei, di cui fa parte anche l’Università Cattolica di Milano, rilevò che appena il 7% dei ragazzi italiani si connette ad internet da scuola. E ciò malgrado ormai la metà degli adolescenti usi con costanza il web.
[…]
“in Italia – spiegava il rapporto del consorzio Ue – ancora molte scuole non sono neanche provviste di un collegamento. Il problema riguarda la possibilità di creare un sistema per fare acquisire ai docenti nuove competenze e diffondere buone pratiche a scuola”.
Secondo il sondaggio una grossa fetta di colpa dello scarso utilizzo di internet da scuola sarebbe proprio dei professori: “sembrano – si legge nelle conclusioni dello studio – in genere troppo occupati anche solo per parlarne”.
(Fonte: Tecnicadellascuola.it)

Dall’articolo di Carlo Baldi su pennedigitali.

Forse è ancora presto per soluzioni di questo tipo?

Ci devo pensare, una piccola riflessione l’ho gia fatta qui, ma ne parlerò nei prossimi post ;)

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Tutti gli anni, puntuale come la bolletta del telefono, arriva il tormentone sul caro libri.
Tutti i santi anni, i libri aumentano (come il resto, a volte di più, mai di meno).
E i giornali riciclano, se non gli articoli, almeno la notizia. Riempie la pagina e non serve a niente, quindi va benissimo.
E quest’anno addirittura la finanza, su richiesta dell’antitrust, indaga.
Però non capisco: gli editori dei quotidiani sono, per la maggioranza, legati a filo doppio a quelli dell’editoria scolastica, quindi non è una specie di autogoal?
E poi nascono le polemiche tipo: i genitori si lamentano del costo libri, ma poi spendono cifre esorbitanti in cellulari e ricariche per i rampolli in età ancora pre-adolescenziale…
E, devo dire… in prima media, il cell lo hanno tutti.
E smessaggiano in modo compulsivo.
Però è vero che i libri sono cari.
È vero che le case editrici hanno un codice di autoregolamentazione etica, ma è anche vero che l’unica cosa che autoregolamentano sono gli aumenti di prezzo.
Il costo di un testo scolastico, che non consiste – ovviamente – solo nella stampa, non giustifica questi prezzi.
E comunque, così fosse, sarebbe il caso di pensare a delle alternative: gli strumenti, ora, ci sono.
Vero è che le case editrici non hanno nessun interesse a farlo.
L’ex ministro aveva proposto i libri online, ma ovviamente la cosa è caduta nel vuoto… sarà che subito dopo c’è stato l’inciucio Berlusconi/Poste/Libri di scuola?
Che peraltro continua?
Mah!

▶Leggi anche:

Liberi di fotocopiare i testi

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E mandiamole, per una volta, al diavolo quelle lì (le psico-socio-peda ecc.)
Quelle che dall’alto dei loro anni di studi (quanti ne ho io, ma certo più specifici) decretano che il figlio ha diritto di avere un padre, e che il padre ha il diritto/dovere di essere tale, ma che molto spesso con malcelato moralismo confondono l’ideale con il reale.
Ci sono questioni che, obtorto collo dobbiamo accettare. E che prima lo facciamo e meglio è, per noi, per i nostri figli, per i loro padri e per i nostri nuovi compagni.
Perché è di loro che qui, spezzando un silenzio assordante, andiamo a parlare.
Donne/madri separate divorziate e riaccompagnate unetivi. E discutiamone.
E lasciamoli fuori per un attimo, loro, gli uni e gli altri (i padri e i padri facenti funzione), lasciamoli fuori come per duemila e più anni hanno scelto di stare, andando per mare e per guerra e mollandoci lì, a tirar su truppe – nel senso anche militare del termine – di figli.
Ed esaminiamo la situazione.
Abbiamo uno o più figli che hanno un padre.
Il padre, nella migliore delle situazioni, è persona fidata, ragionevole e responsabile: prende in consegna i figli un fine settimana sì e uno no, rispetta i turni NatalePasquaFerie, passa puntualmente gli alimenti e (quando davvero va bene) condivide le spese straordinarie.
Solo in casi eccezionali, durante le ferie, i figli tornano con la giusta metà dei compiti delle vacanze fatti. E durante il fine settimana “che tocca a loro” ancora grazie facciano la doccia (e comunque tornano con il sacchetto della roba da lavare, come fossero stati all’ostello della gioventù).
Tu, uomo che stai leggendo e pensi: non tutti, io no! bene, sappi che sei ‘na mosca bianca e taci. Lustrati l’ego e lasciaci discutere in pace, che la questione è un’altra.
Sono certa che è chiaro a tutte dove voglio arrivare: le rogne dobbiamo affrontarle noi. E chi sta con noi, cioè i “facente funzione”.
Chi sono questi sconosciuti? Sono quelli che (spesso) ci aiutano a mantenere i nostri figli, sono quelli che (spesso) li accompagnano a scuola, sono quelli che (spesso) li aiutano a fare i compiti, sono quelli che (spesso) si svegliano la notte insieme a noi quando i rampolli stanno male, sono quelli che (spesso) li portano in palestra, sono quelli che (spesso) montano la pista delle macchinine, sono quelli che, in virtù di tutte queste ed altre non meno importanti cose, si arrogano (sempre, per fortuna) il diritto di sgridarli.
Sono quelli, però, che non esistono: non possono firmare la giustificazione, non sono nessuno al pronto soccorso e soprattutto, non hanno un’identità familiare.
Non sono il papà, non sono lo zio, il cugino, il nonno o il cognato. Neppure il patrigno, che suona male e poi il padre si mette a fare volgari gesti scaramantici. Se va bene sono il “marito della madre”, ma nei confronti dei figli rimangono il “signor Nessuno”.
Per fortuna il buon senso ci mette ‘na pezza, e quindi – per fare un esempio – quando c’è stato da ritirare le pagelle e parlare con le insegnanti, e io avevo la febbre alta, mio marito è andato al posto mio e loro, le maestre, hanno chiuso un occhio e pure l’altro.
Ma quando ha accompagnato mia figlia al pronto soccorso (io ero a 200 km di distanza in commissione d’esame) i risultati delle analisi non hanno voluto dirglieli, e ha dovuto attendere che io tornassi per sapere come stava realmente la bambina. Per fortuna lo hanno lasciato stare con lei chiudendo quindi, nell’interesse della minore, un occhio solo.
Per non parlare dei genitori di lui, del facente funzione, che spesso sono più nonni dei nonni ma, tant’è, non sono nessuno pure loro. Un amico mi ha telefonato qualche mese fa dicendo che la sua non-figlia aveva partorito, rendendolo “para-nonno”. Bellissimo.
Anche mia figlia ha coniato un termine per il suo non-padre: “papastro”.
Ora, che è diventata grande, sa che un domani erediterà una casa. Dal “papastro”.
Da Nessuno.

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Moddi? intendi Modì? come Modigliani?
chiedo, pensando alla formazione artistica della mia amica smanettona.
No, risponde lei, Modhi, con l’acca, come il figlio di Thor: sai, essendo un gatto nordico…
Come ho fatto a non pensarci subito, in fondo quando l’ho conosciuta aveva una coppia di siamesi, Oberon e Titania, una criceta di nome Penelope, e due robe striscianti di nome Tristano e Isotta, per non far commenti sui nomi di famiglia.
In classe iniziava a chiaccherare allegramente delle sue bestiole e finiva per fare una bella lezione di storia del teatro – la sua materia era tutta un’altra.
Ma torniamo al gatto, a Modhi, quasi quasi parto e vado a conoscerlo (in realtà è una scusa per andare a vedere la loro nuova e bellissima casa in un antico e bellissimo borgo).
Il gatto è ENORME e dolcissimo.
E lei mi racconta che il nome Modhi, pur rimanendo un nome mitologico, in realtà è stato scelto perché si tratta di un gatto “moddato”: ha l’hardware di una lince e il software di un cane. Per gatti della sua razza, mi spiega, è normale superare i dieci chili di peso e questo, non ancora adulto, promette bene.
Si tratta di un Maine Coon, qualcuno dice (per via della foggia della loro coda) che siano gatti norvegesi incrociati con dei procioni.
È geneticamente impossibile, ma a questa leggenda devono il loro nome. Altri dicono che siano incrociati con delle linci, e a questi, vista la stazza e le orecchie di Modhi, sono anche disposta a credere.
A quello che i miei occhi gli hanno visto fare, invece, faccio fatica a credere. È davvero un cane con il case da gatto.
Tornando al suo nome io sospetto che l’abbiano scelto perché si presta a vari giochi di parole: quando salta sul tavolo apparecchiato la mia amica lo rimprovera «Modhi! ma che modi!», mentre lui, il marito partenopeo, si limita a un «’mo! di!»
E in più, raccontano, di notte si allunga di fianco al cuscino e si mette comodo, ad uso co’modhino.

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RiccioDiMare è un’amica che sta per iniziare un’avventura speciale… blog in start up.
Quando tornerà in città, per consolarsi troverà il suo blog nuovo di zecca e… questa ricetta.

Ingredienti x 6 persone

1,2 kg di carne*
un bicchiere di vino rosso
due cipolle medie
1 rametto di rosmarino
8 cucchiai di olio
sale e pepe

per la salsa:

80 grammi di burro
4 cucchiai colmi di farina
3 foglie di alloro
8 bacche di ginepro**
1 limone
brodo

Prima si cuoce la carne rosolandola in un tegame con l’olio, la cipolla tritata e il rosmarino, e bagnandola con il vino rosso.
Deve cuocere a fuoco molto, molto basso per almeno un’ora e mezza (anche due…) e, a parte la prima rosolatura, con il coperchio.
Mentre la carne cuoce (e, di tanto in tanto, la si rigira aggiungendo all’occorrenza un mestolino di brodo) si prepara la salsa:
Fondere in una larga casseruola (larga a sufficienza da contenere poi le fette di brasato) il burro e versarci a pioggia la farina – meglio se attraverso un colino – girando bene per non fare grumi. Quando la farina è tostata e ha un bel colore dorato si diluisce con un bicchiere d’acqua e si aggiungono le bacche di ginepro, l’alloro, il limone sbucciato e tagliato a pezzetti. Bisogna farla cuocere per circa 45 minuti, aggiungenfo eventualmente ancora acqua o brodo diluito. Rimestare spesso per evitare che attacchi o che si formino grumi (eventualmente si può passare la salsa attraverso la schiumarola fine).
Quando il brasato è cotto si taglia a fettini sottili*** e si sistema nella casseruola con la salsa, poi si filtra il sugo di cottura e si aggiunge anche quello facendo cuocere tutto insieme ancora per una decina di minuti.
Buona pappa!

* Io uso un pezzo che si chiama “sottopaletta”, si può usare anche il “girello”, ma rimane più asciutto.
** Vi consiglio di comprare le bacche fresche sui banchetti dei mercatini (quelli dei prodotti artigianalbiologici…) o, se siete fortunati, di raccoglierli direttamente quando siete in vacanza :), ma non comprate quelli dei vasetti al supermercato: non sanno di niente.
Inoltre attenzione a non rompere o schiacciare le bacche: sono amarissime! (e avvisate i commensali di non provare a infilarle sotto ai denti :D)
*** Potete cuocere il brasato anche il giorno prima: tenete presente, nell’organizzazione del vostro tempo, che un arrosto/brasato si taglia molto meglio quando è freddo.

Buona pappa!

p.s.
Se ne fate in abbondanza (il tempo che ci vuole è lo stesso) si può congelare e tirar fuori all’occorrenza…

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È di questi giorni la notizia del divieto, per le donne iraniane, di andare in bicicletta (pattini e monopattini pure).
Non che prima fossero libere di farlo ovunque, ma tant’è, ora ciccia.
Ohcccccomesiamostatebravenoi, occidentalmentelaiche, attivistefemministe, ovaiemilitanti, che addirittura nell’immediatodopoguerra – pur non avendo il diritto di voto* – potevamo andare su due ruote dove volevamo.
Pure sulla lambretta.
I commenti che sento intorno a me sono variegati, passano dall’annoiato (quelle stanno su un altro pianeta… più o meno come le ferengi**) all’infastidito (tengoaltrodapensa’), dall’ipocritamente scandalizzato (terribile, poveriiiine – detto con la bocca a culo di gallina – però certo che sono proprio, loro, i loro uomini, un’altra razza) all’orgoglio malcelato (noi li riempiremmo di legnate quegli uomini lì… mia nonna già l’avrebbe fatto ai tempi suoi, se ora siamo libbbbbere, è perché ce lo siamo guadagnate).
Ma comunque salta fuori che siamo emancipate, NOI.
Peccato che una ricerca fatta alla fine del 2006 (quasi un anno fa, e non è cambiato NULLA) dal World Economic Forum sullo status delle donne in centoquindici (115) paesi, siamo arrivate settantasettesime (77°).
I parametri erano quattro: partecipazione e opportunità economica, accesso all’educazione, influenza politica, salute e aspettative di vita.
Ma noi abbiamo le pari opportunità.
NOI.

* ricordo alle più giovani che le donne italiane hanno votato, per la prima volta, nel 1946.
** razza aliena… vedere struttura sociale della razza qui.

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Sono in vacanza (più o meno…) e non dovrei proprio pensare alla scuola.
Ma questa storia degli esami di riparazione vecchia ormai di qualche giorno – la notizia – e di qualche anno – la storia – continua a frullarmi nei pensieri.
Fioroni (attuale ministro della Pubblica Istruzione) dice che i nostri ragazzi vanno avanti trascinandosi i debiti (formativi) per anni.
Mi sfugge un sorriso amaro: ma come pensa, il ministro, che campino i loro genitori? Non lo sa che i mutui e i debiti al consumo che aumentantano di anno in anno?
Questo fa sospettare che quando gli esami furono aboliti, durante la crisi economica dei primi anni ’90, si volesse abituare gli italiani a convivere col debito fin da scolari. In ogni caso fu chiaro già allora che un paio di settimane di vacanza settembrina in più avrebbero dato un po’ di vantaggio turistico al nostro PIL malconcio. I resto aveva poca importanza.
Ora, dopo aver mal seminato, ci troviamo un arido raccolto. Hanno troppe lacune questi ragazzi, e non sanno far di conto.
Ripristiniamo dunque gli esami di riparazione.
Ok, può anche funzionare: siamo disposti a bocciare un terzo dei nostri allievi?
Ma non saremo poi costretti a chiederci (prima che se lo chiedano i giornali) come mai ci ritroviamo a bocciarne così tanti? Ma non converrà, allora, far finta di niente, chiudere un occhio e pure l’altro, e passarli comunque?
La minaccia “ti rimando a settembre” è un’arma che mi piacerebbe – ora più che mai – riavere. Ma saremo, collegialmente, in grado di gestirla?
Il problema è molto più ampio. Come sempre, quando si parla di scuola, non si può affrontare un problema senza scoperchiare il vaso.
Questo sistema scolastico è stato pensato negli anni ’20, quando meno del 10% della popolazione poteva permettersi il lusso di studiare.
E da allora andiamo avanti a colpi di riformine al cerchio e riformette alla botte, mentre tutto intorno cambia sempre più velocemente.
Una riforma vera, ci vorrebbe. Ma non quella del ministro di turno, calata dall’alto, di matrice partitica, che oltre a non aderire alla realtà è frutto di patti oscuri. E poi ogni volta che cambia il ministro si innesca un tiro alla fune, e viene dato un tirotto di qua e uno di là, uno verso destra e uno verso sinistra, come si fa con una coperta troppo stretta e troppo corta.
Ci vuole una riforma che parta dal basso.
Una buona legge per una buona scuola: c’è anche chi ci ha provato.

Chi ha qualche dubbio, sul fatto che investire sulla scuola sia socialmente vantaggioso, si legga questo bell’articolo qui e se lo faccia passare.

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