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L’artista tedesco Gregor Schneider ha in animo di esporre gli ultimi momenti di un malato terminale e sta cercando un volontario che accetti di morire sotto gli occhi del pubblico.


Non è la prima volta che un artista resta affascinato dalla morte, che in fondo altro non è se non un momento particolare, l’ultimo della vita. Moltissimi pittori, musicisti, scultori per secoli hanno cercato di raccontarlo, dunque non mi sorprende l’interesse dell’artista tedesco
[…]
Se riuscirà a trasmettere il rispetto per il morente, allora non sarà solo un’operazione commerciale, o banalmente scioccante, o tragicamente autopromozionale per l’artista stesso. E’ essenziale che si rispetti appieno la volontà della persona che accetta di mostrarsi nei suoi ultimi momenti, della sua dignità e anche dei suoi bisogni biologici.
(Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale Ordini medici chirurghi e odontoiatri)

Alla fine della sua vita un essere umano non dovrebbe essere abbassato a mero oggetto da osservare. La morte è la fase finale della vita umana e non andrebbe messa in mostra pubblicamente come strumento con finalità artistiche o di altro genere. (Wolfgang Börnsen, portavoce per la Cultura del gruppo parlamentare del partito di Angela Merkel, e Günter Krings, deputato della Cdu)

Impossibile dare un giudizio dal punto di vista etico lo trovo riprovevole, ma l’etica non c’entra niente con l’arte, e questo vale da Caravaggio a Schneider. (Vittorio Sgarbi)

Questi i pareri eccellenti.
I commenti degli utenti, del pubblico, esprimono tutti indignazione.
Io lascio le considerazioni artistiche a chi di dovere, ma non mi sento di condividere l’indignazione, e neppure di lanciare anatemi moralistici.
Però rifletterei sul fatto che per millenni, fino alla generazione prima della mia, le persone nascevano e morivano in casa, con parenti e vicini intorno, accudite.
E la morte era così davvero percepita come appartenente alla vita.
Ora la morte è stata spogliata di ogni partecipazione, si muore in ospedale, circondati da camici e strumenti, qualche volta un famigliare.
Non vediamo più la “morte buona”, ma solo quella che entra nelle nostre case senza appartenerci, che ci viene illustrata con film, telefilm, telegiornali e Dylan Dog, e che ci viene raccontata perché provocata, perché violenta, perché in qualche modo innaturale.
Della morte, svuotata della vita, rimane l’immagine orrifica, nulla più.
Ma se il nostro immaginario viene rimpinzato con violente morti da TG e con salme eccellenti (Wojtyla), quando non putrefatte (Padre Pio), quanto può farci male la morte, serena, naturale, inserita in un’opera d’arte?

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