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Posts Tagged ‘educazione’


Grande Vauro!

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La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Il giudice Nicola Lettieri, che difende l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha reso noto che il governo italiano ricorrerà contro la sentenza.
Fonte.

Però la Gelmini dice: «È un simbolo della nostra tradizione».

Poco male Maria Stella, ne abbiamo tante di tradizioni, e tanti simboli… e poi siamo un popolo di artisti, qualcosa troveremo per decorare le fatiscenti mura no?

Per esempio una tradizionalissima pizza. Esportata più del crocefisso credo.

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No, non è serio? Ah, dici che ci vuole il consenso popolare per certe riforme? Populista anche… bene, eccoti un’altra opzione, questa piacerà sicuramente a tantissimi italiani e ti farà diventare primo ministro, sicuro.
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Ah, dici che hai dei problemi con la lega… loro non ne vogliono sapere di toglierlo?
Mmmm… prova a dire che ogni ufficio scolastico provinciale può scegliersi il suo tradizionalissimo simbolo, che so, per i bergamaschi un bell’arlecchino
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e a Napoli un bel pulcinella, che ai bambini piacciono tanto (ma forse preferiscono la pizza eh).
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Anche se ti dirò, secondo me, per come sta messa la scuola adesso… un bel simbolo del quale si sente il bisogno (perché anche questo è importante no? un simbolo che dia speranza) è un bel cornetto portafortuna.

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E la tradizione è rispettata.

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11 anni e carcere a vita

Titola il Corriere: “Usa: a 11 anni uccide la fidanzata del padre, che era incinta. Poi va a scuola”.

Queste sono le cose che fanno notizia: assassino a 11 anni, la gravidanza della vittima, e il fatto che dopo sia andato a scuola.

Che avesse una sua pistola “ha preso la sua pistola, un modello disegnato apposta per i bambini” non pare cosa di rilievo, e pare ovvio che “alla base del gesto vi sia stata la gelosia del ragazzino per il papà” e non la scelleratezza di chi ha permesso (e permesso che fosse permesso) ad un ragazzino di 11 anni di detenere un’arma, un’arma VERA, un’arma che, essendo considerata “per bambini”, non richiede di essere neppure denunciata.
A loro lo darei, io, l’ergastolo.

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Succede che un papà torni a casa dal lavoro e che un bambino gli corra incontro per dirimere una questione importante: «Che differenza c’è tra una lumaca e una chiocciola?».

Un articolo grazioso (nulla di nuovo, nulla di più) di Renata Maderna su Famiglia Cristiana online.
Da leggere tutto per riflettere, ancora, su

[…] Non deve meravigliare che il professor Mainetti citi spesso gli studenti come persone da cui apprende ogni giorno qualcosa, a cominciare da un diverso modo di affrontare la vita e, prima ancora, di riflettere: «Mentre noi seguiamo un pensiero lineare e sequenziale, loro ragionano in modo “ipermediale”: si muovono attraverso le finestre di Windows mentre sfogliano appunti e libri e nel frattempo telefonano o mandano messaggi. Capita persino a lezione che scrivano commenti in tempo reale… Non solo da docente, ma anche da genitore dico: non facciamo l’errore di vivere tutto questo come una barriera che divide, ma impariamo a utilizzarlo come elemento di condivisione».

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Nella sezione “chi è Cordef?” nel blog del docente universitario segnalato sul BBN’blog, ho trovato alcuni spunti di riflessione (su un blog può essere anche intesa come rifrazione) che ho pensato di riportare qui. Sono tratti dai commenti di una discussione più ampia che potete leggere in versione integrale nel blog di Cordef.

Maria: “Le nuove tecnologie certamente offrono maggiori possibilità espressive e comunicative favorendo il coinvolgimento personale degli studenti, ma a noi docenti si richiede anche tanta creatività e maggiore impegno nelle modalità d’insegnamento per i nuovi processi di apprendimento.”

Cordef: “l’uso delle nuove tecnologie da parte di un docente richiede un sacco di tempo e non porta risparmi di tempo nel medio-lungo periodo, a differenza di quanto avviene nelle aziende e nel lavoro autonomo. Come tanti penso anch’io che l’effetto principale di questo lavoro addizionale sia un miglioramento della didattica e dell’interazione con gli studenti. A fronte di ciò (più lavoro e maggiore efficacia didattica) i benefit sono zero (a parte la gratificazione personale).”

Credo che Cordef abbia centrato uno dei problemi principali nella diffusione della tecnologia nella didattica.
Il fatto che, a differenza di quello che succede in azienda, non ci sia un tornaconto quantificabile giustifica la resistenza (a volte neanche molto passiva) al cambiamento. Il singolo docente si trova a investire tempo (e anche denaro – che a titolo personale probabilmente spenderebbe comunque ma non è detto) per attuare dei processi che non lo portano a fare meno fatica o a produrre più velocemente. E che il prodotto possa risultare migliore è intuibile, ma ancora da dimostrare.
Le istituzioni sono nella stessa posizione, dovrebbero investire soldi (tecnologia, connessioni, formazione) senza che sia minimamente definibile e tantomento quantificabile un vantaggio produttivo. E sulla qualità della scuola se si interrogano lo fanno per remare al contrario, e ormai è chiaro anche il perché.
Ne consegue che tutto è affidato alla percezione che il singolo ha della propria persona e del proprio ruolo.
Chi ha mantenuto, in questi tempi difficili, la consapevolezza che tutto quello che è “sociale” non può essere gestito con criteri aziendali è conscio del pericolo che i bilanci di previsione, con saldi nel breve periodo, rischiano di avere costi altissimi andando poco più in là nel tempo. Chi ha mantenuto saldo l’orgoglio del proprio ruolo (formativo) sa di lavorare per un futuro che non è il proprio. E non fa conti della serva.

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Guerra e Pace

In ogni scuola (di ogni ordine e grado) si affronta in qualche modo la questione della pace.
La propongono gli insegnanti di italiano e storia, di disegno o materie artistiche, e anche le maestre delle elementari lavorano sul tema.
Proprio in una scuola elementare ho assistito, la settimana scorsa, all’ennesima recita scolastica dove il tema della pace è stato il leit motiv di tutto lo spettacolo natalizio: un alternarsi di poesie d’autore, pensieri scritti dai bambini stessi e canzoni.
Anche se si intuiva un tentativo di approccio all’educazione interculturale, il risultato era una riduzione del concetto di pace alla semplice assenza di guerra.
Qualche anno fa mi è capitato di esaminare gli elaborati degli allievi di una nota scuola di design: i ragazzi, già diplomati, frequentavano un corso di grafica pubblicitaria e avevano il compito di creare un manifesto per la pace, ma pur avendo dieci anni di scuola e di vita in più anche loro rappresentarono la pace come negazione della guerra.
Tutti meno uno che, a corto di idee, ripiegò su un simbolo disegnando una colomba (che pareva un pollo) e, convinto di aver fatto una cretinata, si ritrovò invece ad essere l’unico a illustrare la pace senza citare la guerra.
Credo che sin dalle elementari sia necessaria un’educazione alla pace più ampia.
È bene insegnare che la guerra è orrore, ma anche errore.
Che la pace non si costruisce, e soprattutto non si mantiene, solo rifiutando la guerra. È bene insegnare che bisogna imparare ad affrontare e risolvere i problemi che possono condurre alla guerra, prima di doverla rifiutare – e magari non poterlo fare. È bene insegnare che non esistono “luoghi lontani”, dove la guerra non ci tocca.
E NON è bene insegnare la tolleranza (avvallare quindi l’idea che ci sia qualcosa da tollerare), ma piuttosto è bene insegnare la differenza, lo scambio, la condivisione.
I ragazzi devono comprendere che la pace è un bene prezioso frutto di tanti fattori – culturali quanto economici – da coltivare insieme più per i vantaggi che ci offrono che per lo spettro della guerra.
L’economia della pace può aiutare i ragazzi (ma anche gli adulti…) a viverla come qualcosa di concreto, qualcosa che “c’è”, e non come la semplice mancanza di un orrore.
Altrimenti può farsi largo l’idea che senza la guerra non possa esserci neanche la pace.
E, a ripensarci, a me pare che sia un’idea già troppo diffusa.

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