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Archive for settembre 2007

No, ma mi piacerebbe.
Sarebbe bello e, ci credo davvero, pure giusto.
L’insegnante, il maestro, dovrebbe prima di tutto essere curioso, ricercare, scoprire e quindi sapere. E sapere di non sapere, anche. E quindi non fermarsi mai, imparare e rimettersi in gioco sempre.
L’insegnante, il maestro, dovrebbe anche avere a cuore l’avvenire dei suoi pupilli.
E quindi insegnare a essere curiosi, a ricercare, a scoprire… e a non fermarsi mai.
Insegnare ad apprezzare il “divenire”, la mobilità delle cose (non il precariato), a rimettersi in gioco sempre.
Tutto questo, ovviamente, non può essere materia di studio, ma dovrebbe essere strumento per lo studio di tutte. Non sono d’accordo con zeus (olimpo informatico) sul fatto che l’hacker sia una figura negativa. Sono d’accordo sul fatto che si sia creata un’immagine fortemente romantica del pirata informatico e che questa abbia delle connotazioni potenzialmente pericolose, ma l’essenza dell’hacking è il motore della ricerca. E un insegnante con l’anima hacker è il migliore degli insegnanti possibili.
Chi bazzica nei forum e nelle liste degli informatici sa che il paternalismo non esiste, ma che tutti possono trovare quello di cui hanno bisogno, compreso un bel “RTFM” (Read The Fucking Manual) o un “STFW” (Search The Fucking Web) se è il caso. Si imbeccano tutti e non si imbocca nessuno. Ma basta imparare a cercare, dimostrare di averci provato, per essere accompagnati – si, ok, a volte spintonati – alla soluzione.
Come si può pensare di insegnare a questi ragazzi come diventare adulti (come poter/saper vivere un domani) se non abbiamo la capacità di evolverci abbastanza da vivere oggi?

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La rete si usa per qualsiasi cosa e ci si fa di tutto, si fan compere, si pagano bollette e si ordinano bonifici, si cercano prodotti, negozi e indirizzi, si fan ricerche culturali di ogni genere, si lavora, si gioca, si ascolta musica, si trovano amici e si fa persino sesso.
Ma su Hi Tech (rivista Altroconsumo), a pagina 27 del numero di settembre, in un articolo inchiesta sulle scuole e la tecnologia si legge: “Il punto dolente sono gli insegnanti, che fanno fatica ad adattarsi e a volte si rifiutano di usare i pc”.
Io ho una collega che strozzerei: ha fatto un corso (indire) e si è pure presa l’ecdl, ha rotto per anni i tastierini ad amici smanettoni e mariti di amiche, continua a dire che i computer sono stupidi (è vero) e che lei non può ragionare con un computer (neppure con la lavatrice, le dico io, eppure la usi). Sostiene inoltre che tutti questi incompetenti che la circondano, compreso il tecnico della scuola, non sono capaci di spiegarle come si usa un pc. Quasi quasi mi compro un mac, dice, ma intanto mi apri una mail su libero che non sono capace?

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Insegnanti: un esercito della parola ammutolito

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A questo numero, 24 ore su 24, tutti i giorni, è possibile telefonare per chiedere aiuto e consigli. Il servizio fornisce supporto, indicazioni utili e suggerimenti legali a donne vittime di maltrattamenti e violenze (non solo sessuali), raccoglie segnalazioni ed è totalmente gratuito telefonando anche da un cellulare.
È anonimo e multilingue: italiano, inglese, francese, spagnolo e russo – noto la mancanza dell’arabo.
Nonostante sia attivo dal marzo dello scorso anno non è molto conosciuto.
È bene segnalarlo :)

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Un nuovo editore pubblica libri scolastici digitali con licenza di copiare.
Vi avevo scritto nel post precedente che mi sarei studiata la faccenda e avrei preparato una recensione.
Però ho trovato nella rassegna stampa del sito un paio di articoli (fra gli altri) che descrivono in modo molto chiaro questa nuova iniziativa.
Per capire come funziona vi rimando a quelli (link in fondo al post) e passo ai commenti personali.
La cosa mi ha colpita per alcuni motivi:
1) È da mo’ che si parla e straparla di economici testi online e nessuno dice che esistono già (chi si chiede perché può leggere qui).
2) Un editore scolastico che ribalta la questione dei diritti d’autore, liberalizzando la duplicazione dei testi, è decisamente sorprendente.
3) Se poi distribuisce anche opere con licenze Common Creative è degno di rimbalzare in ogni angolo della rete*.
4) I testi sono accessibili ai disabili.
5) I 10 buoni motivi per adottare un testo online sono interessanti.
6) Mette a disposizione spazi collaborativi (giochi, forum). Peccato, come già dicevo che il blog sia poco aggiornato e, soprattutto, che non sia aperto ai commenti. Se mai il responsabile arrivasse a leggere questo post (dubito), mi piacerebbe sapere il perché.

A fronte di tutto questo ben di dio, purtroppo, ci sono delle criticità:
a) tutte queste novità sono difficili da comprendere bene: il sito spiega tutto ma ci vuole impegno per raccapezzarsi.
b) l’informatizzazione delle scuole è ancora – salvo alcuni fortunati casi di eccellenza – primitiva.
c) dovrebbe essere dato più rilievo al fatto che i contenuti sono strutturati diversamente rispetto al testo tradizionale (mi riferisco, per esempio, al testo di storia) e che, quindi, non sono stati pensati per essere stampati completamente e “schiacciati” sulla carta come un testo classico – con l’impegno che comporterebbe.
d) in alcune scuole, per adottare un testo di questo tipo, bisogna prendersi a legnate con una bella serie di colleghi oscurantisti, disinformati[ci] o semplicemente pigri.
e) i testi disponibili sono per poche materie (essendo un editore nuovo è anche comprensibile e, tra le altre cose, c’è un form per proporsi come collaboratori).

*ai colleghi blogger: diffondere questa notizia credo sia importante: è un esempio che altri editori potrebbero seguire (e se non lo faranno, a maggior ragione, la cosa va premiata).

Link agli articoli:
Articolo su Rassegna Autonomia Scolastica
Articolo su Retescuole

e, naturalmente, la home dell’editore.

AGGIORNAMENTO: inserisco nei commenti i colleghi che rilanciano la notizia…

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La complessità dello studio
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Il tormentone del caro libri

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La rete mi affascina per molti motivi e uno di questi è l’apparente semplice rappresentazione della complessità del sapere.
È come se rendesse bidimensionale lo spessore del mondo consentendomi di approdare alle cose senza neppure allungare il braccio: ogni connessione, anche la più profonda, balza in primo piano per essere colta o scartata ricordandomi così che ho poco tempo. Così tante cose, così poco tempo, campassi cent’anni.
Pensare di porre dei limiti è assurdo e illusorio, ma utilizzare il concetto di limite per “delimitare”, nel senso di “distinguere”, è necessario. Altrimenti si scivola nella confusione, nel caos dell’informazione.
Insegnare, quindi, è anche spiegare come utilizzare le fonti di ricerca, spiegare come sceglierle, come orientarsi nella babele di informazioni a portata di click.
Ho trovato questo post sul blog di una casa editrice (peccato che il blog sia un po’ trascurato).
Interessante, il post, e interessante il concetto dei testi digitali in licenza d’uso di questo nuovo editore.
Mi studio la cosa e scriverò una recensione.

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Insegnanti hacker nell’anima
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Chi lavora per una piccola azienda ha la possibilità di percepire lo stretto legame che c’è fra il proprio operato e il proprio stipendio.
Mia figlia, ad esempio, vede i suoi lavori fatturati alle aziendi clienti di quella per la quale lavora, quindi, a fine mese, è in grado di dire quanto incasso ha prodotto. Lo stesso vale per le spese: in una piccola azienda comunicare all’ufficio acquisti (a volte direttamente al titolare) che bisogna comprare un computer nuovo, significa veder apparire una ruga in fronte e sorbirsi un paio di sospiri.
Più l’azienda è grande, invece, e più questa percezione si perde. Certo rimane la consapevolezza del fatto che lo stipendio a fine mese è la diretta conseguenza del nostro lavoro, ma arriva da un’entità quasi astratta per la quale siamo un numero e per la quale il nostro lavoro è una piccola e indistinguibile parte del prodotto di una collettività.
La massima perdita percettiva la raggiunge chi lavora per lo Stato.
Sono convinta quindi che, a fronte di questo, le alternative dell’impiegato statale – insegnante compreso – possano essere solo due: “imboscarsi” o amare il proprio lavoro.
L’amore per il proprio lavoro deriva, sempre a parer mio, da un altro amore, quello detto “amor proprio”.
Giusto quello che anni di governi multicolore stanno minando.
E adesso, dopo aver eliminato ogni riconoscimento sociale (pericolosi gli insegnanti vero? sono in tanti… sono un esercito della parola), dopo aver reso il lavoro impossibile a colpi di riforme e controriforme e burocratizzazioni assurde, dopo aver negato loro uno stipendio dignitoso, dopo aver ignorato i suggerimenti e le proposte di riforma e negato la possibilità di partecipare alle commissioni come parte attiva, adesso decidono che bisogna essere severi.
Con gli allievi, certo, ma anche con gli insegnanti. La meritocrazia applicata per generare una guerra fra poveri. Premi alle scuole più meritevoli: a chi non rompe i coglioni, forse?
Le nuove indicazioni di Fioroni lasciano poco spazio alla fantasia: una frullatina alla Moratti et voilà, ecco le indicazioni nazionali, poca fatica, tanto bla bla, soldi alle scuole cattoliche e facciamo che tutto cambi perché nulla cambi.
Sono sperimentali però: lui propone e tutti fanno come vogliono, così se non funziona non è colpa di nessuno, oppure di tutti tranne che sua.
In compenso ci sono gli assi culturali (che non sono assi nella manica e di culturale non hanno una cippa) e che dovrebbero essere un’ancora di salvezza per meglio comprendere le nuove indicazioni.
E poi ci sono i corsi, quelli che i dirigenti dovranno frequentare in modo da imparare la corretta applicazione delle nuove indicazioni (corsi obbligatori per indicazioni facoltative? boh!) e far cadere a cascata le nozioni sui colleghi.
Alla fine la storia non si limita ad essere sempre quella, ma peggiora in modo sempre più veloce.
E gli insegnanti, sempre più stanchi, depressi e affamati, sempre più occupati a fare e disfare, a scrivere unità didattiche, trasformarle in unità di apprendimento, ritrasformarle secondo indicazioni, sempre più occupati ad umiliarsi in corsi, non corsi e ricorsi, non hanno più la forza – e il tempo – di alzare la testa.
Con l’amor proprio calpestato scientificamente, l’esercito della parola è ammutolito.

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