Nella sezione “chi è Cordef?” nel blog del docente universitario segnalato sul BBN’blog, ho trovato alcuni spunti di riflessione (su un blog può essere anche intesa come rifrazione) che ho pensato di riportare qui. Sono tratti dai commenti di una discussione più ampia che potete leggere in versione integrale nel blog di Cordef.
Maria: “Le nuove tecnologie certamente offrono maggiori possibilità espressive e comunicative favorendo il coinvolgimento personale degli studenti, ma a noi docenti si richiede anche tanta creatività e maggiore impegno nelle modalità d’insegnamento per i nuovi processi di apprendimento.”
Cordef: “l’uso delle nuove tecnologie da parte di un docente richiede un sacco di tempo e non porta risparmi di tempo nel medio-lungo periodo, a differenza di quanto avviene nelle aziende e nel lavoro autonomo. Come tanti penso anch’io che l’effetto principale di questo lavoro addizionale sia un miglioramento della didattica e dell’interazione con gli studenti. A fronte di ciò (più lavoro e maggiore efficacia didattica) i benefit sono zero (a parte la gratificazione personale).”
Credo che Cordef abbia centrato uno dei problemi principali nella diffusione della tecnologia nella didattica.
Il fatto che, a differenza di quello che succede in azienda, non ci sia un tornaconto quantificabile giustifica la resistenza (a volte neanche molto passiva) al cambiamento. Il singolo docente si trova a investire tempo (e anche denaro – che a titolo personale probabilmente spenderebbe comunque ma non è detto) per attuare dei processi che non lo portano a fare meno fatica o a produrre più velocemente. E che il prodotto possa risultare migliore è intuibile, ma ancora da dimostrare.
Le istituzioni sono nella stessa posizione, dovrebbero investire soldi (tecnologia, connessioni, formazione) senza che sia minimamente definibile e tantomento quantificabile un vantaggio produttivo. E sulla qualità della scuola se si interrogano lo fanno per remare al contrario, e ormai è chiaro anche il perché.
Ne consegue che tutto è affidato alla percezione che il singolo ha della propria persona e del proprio ruolo.
Chi ha mantenuto, in questi tempi difficili, la consapevolezza che tutto quello che è “sociale” non può essere gestito con criteri aziendali è conscio del pericolo che i bilanci di previsione, con saldi nel breve periodo, rischiano di avere costi altissimi andando poco più in là nel tempo. Chi ha mantenuto saldo l’orgoglio del proprio ruolo (formativo) sa di lavorare per un futuro che non è il proprio. E non fa conti della serva.











Vorrei soltanto dire che, fortunatamente, molto spesso può capitare che l’investimento in tempo e denaro (personale) per migliorare la qualità dei processi scolastici sia ripagato dal puro e semplice divertimento (passione) per qualcosa che non avrà risultati immediati, ma che consente di sopportare i costi e di superare gli ostacoli.
E, ovviamente, anche questa voce di bilancio non può entrare in un conto di entrate/uscite aziendali.